Il 16 marzo 2008 il programma televisivo “Report” di Rai tre ha dedicato una puntata intera a un tema molto importante per tutti noi e per le generazioni future. Lo ha fatto alla vigilia dei 40 anni dal discorso toccante di Robert Kennedy all’Università del Kansas, discorso che pronunciò tre mesi prima del suo assassinio. Riporto per intero il suo discorso, che merita di essere letto e riletto finché non penetra la nostra coscienza:
“Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani”.
Robert Kennedy
La nostra economia ha un modello sviluppo che si misura con il PIL: produrre, buttare e produrre all’infinito. Può il nostro pianeta resistere a questi ritmi, o esiste un altro modello da adottare senza diventare necessariamente più poveri?
Il fatto che temiamo che Cina e India arrivino a consumare quanto noi e rendano il nostro schema di sviluppo insostenibile è il segno che qualcosa nel nostro sistema economico non funziona.
Ci sono imprenditori che lamentano la produzione di troppe merci inutili: sembrerebbe un controsenso, visto che un imprenditore ha come fine il profitto; però questo profitto può essere raggiunto utilizzando meno risorse. Come?
Riporto qui dei brani ripresi dalla puntata su Rai Tre.
Nel 1972 Aurelio Peccei, dirigente FIAT, banchiere e fondatore del Club di Roma, insieme a un gruppo di economisti, scienziati e imprenditori finanziò una ricerca all’MIT di Boston, che mostrava dove ci avrebbe portato questo nostro sistema economico. Dalla proiezione risulta che, anche facendo finta che le risorse e l’energia a nostra disposizione siano illimitate, di questo passo si arriverà al collasso.
Abbiamo un pianeta limitato, ma adottiamo un modello di crescita infinita: all’MIT si sono concentrati sull’impronta ecologica dell’uomo, quanti rifiuti emettiamo rispetto alla capacità di carico del pianeta, cioè quanto il pianeta ci sopporta. Risultato della ricerca: il pianeta non ci sopporta più.
Viviamo al di sopra delle nostre possibilità, emettiamo piu gas serra di quanto il sistema terrestre possa assorbire. Esempio: se in una foresta tagliamo alberi più di quanto possono ricrescere, diciamo 100 tagliati su 50 ricresciuti, dopo poco la foresta sarà vuota. E’ quello che è accaduto a Rapa Nui, l’isola di pasqua a ovest del Cile, dove gli abitanti hanno raso al suolo tutti gli alberi e dopo qualche tempo sono implosi. E’ un esempio tipico di collasso: andiamo semplicemente più veloce della capacità di rigerenazione della natura.
E quello che manda avanti “la baracca” è l’energia, la quasi totalità è energia fossile: carbone, gas, petrolio. La domanda di petrolio aumenta ogni anno, in Italia consumiamo 1.8 milioni di barili al giorno. La domanda fa fatica ad essere coperta dall’offerta: non abbiamo scoperto grandi giacimenti negli ultimi anni, e non sappiamo quanta energia sia ancora stoccata nel sottosuolo. Noi pensiamo che le risorse siano infinite, ma non lo sono, e l’aumento dei prezzi del petrolio lo dimostra? Solo l’anno scorso siamo oscillati da 33 dollari al barile a 100 dollari. Il prezzo alto è segnale di scarsità dovuta probabilmente all’assenza di capacità produttiva, ma anche all’assenza fisica di risorse di grezzo.
Secondo molti scienziati siamo al massimo storico per il picco, cioè la punta massima di produzione di carbone e petrolio. La tendenza dovrebbe cambiare: dovremmo fare un uso più razionale del fossile. Invece no, la domanda di energia aumenta, l’Italia è il sesto consumatore mondiale di petrolio, abbiamo 60 auto ogni 100 abitanti, più della media europea e quasi mondiale, siamo superati solo dagli Stati Uniti.
Usiamo la natura come miniera (per utilizzarne acqua, petrolio, ferro, grano, etc) e come discarica (rilasciamo emissioni, rifiuti, plutonio, sostanze chimiche, rumore, CO2, etc). Ora, la miniera si sta esaurendo, e la discarica è sempre piu traboccante.
A proposito di emissioni, nel 2008 eravamo del 12.1% superiori alle emissioni del 1990. Il Protocollo di Kyoto stabilisce che le emissioni abbiano entro il 2010 un decremento del 6.5% rispetto al 1990; noi siamo praticamente il 20% al di sopra dell’obiettivo di Kyoto. Probabilmente non riusciremo a raggiungere l’obiettivo, quindi dobbiamo acquistare crediti e pagare penali, per milioni di euro, che pesano sulle tasse e sui cittadini. Alla fine dei conti, ridurre emissioni ci fa risparmiare in tasse. Ma chi è al corrente di queste informazioni? E chi conosce i PM10 sa che le loro emissioni provano 30.000 morti l’anno?
Le soluzioni tampone adottate dalle municipalità sono il blocco del traffico per qualche giorno, ma questo non basta, a parte per il fatto che manca un’offerta adeguata di trasporto pubblico che sostituisca efficacemente l’uso della macchina, ma fermare una città per un paio di giorni è come da una boccata d’ossigeno a dei polmoni in una stanza piena di fumo.
Non basta fermare il traffico. Ci vuole un piano integrato generale, che non esiste. Ma convegni su cosa si dovrebbe fare ce ne sono tanti.
Vedere la seconda puntata per alcune soluzioni improntate da città virtuose in Italia.
Personalmente sono convinta che esista un altro modello da adottare senza diventare necessariamente piu’ poveri.Esistono,o perlomeno,esisterebbero a mio
parere mestieri diversi,alternativi,ecologici,volti non a produrre bensi’ a riciclare,
a riparare cio’ che si e’ deteriorato.Mestieri ugualmente capaci di creare occupazione e produrre reddito.Forse queste soluzioni non verranno prese in considerazione,o forse,affinche’ cio’ avvenga,dovra’ accadere qualcosa di piu’ “grosso”; la Natura ci dovra’ spaventare come non mai……..
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